Oro bruno

IL VIAGGIO DEL CAFFE’

L’Italia è il terzo maggiore importatore di caffè al mondo, una posizione da record per un Paese piccolo come il nostro che è preceduto soltanto da USA e Germania: insieme consumano la metà del caffè importato a livello globale.

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Ma cosa c’è dietro la quotidiana tazzina che ci concediamo per combattere noia e sonnolenza?

Prima di essere impacchettato, venduto e consegnato alla grande distribuzione, il caffè deve passare attraverso diverse fasi di lavorazione. Inizialmente è necessario eliminare il frutto e separarlo dal seme, operazione che può avvenire a secco, lasciando quindi essiccare il frutto al sole, oppure in umido tramite appositi macchinari. Il prodotto di questa prima fase è il caffè in oro, cioè ricoperto dall’endocarpo (parte più interna del frutto) che deve essere rimosso. Successivamente i chicchi vengono separati per colore e grandezza e divisi da corpi esterni come sassi o fagioli; l’intera procedura viene svolta a mano dagli operai. Prima di assumere il tradizionale colorito bruno, il caffè verde viene tostato, arrostito e infine macinato.

I più importanti produttori di caffè sono il Brasile, il Vietnam e la Colombia.

Ecco quindi che il nostro viaggio giunge nelle piantagioni, dove quotidianamente centinaia di migliaia di operai lavorano in condizioni che sfiorano la schiavitù, costretti a rimanere per fame e povertà dovute allo sfruttamento intensivo del territorio e a una divisione delle risorse che è tutto meno che equa.

In Guatemala i contadini ricevono pressioni continue dalle multinazionali, le quali costringono i campesinos a vendere le proprie terre ormai poco produttive e gravate da debiti per trasformarle in monocolture, recando danni a intere comunità. Un esempio? Fino a dieci anni fa il Guatemala era in grado di produrre mais in maniera del tutto autosufficiente, mentre oggi oltre il 38% viene importato a causa delle riconversioni dei terreni per la produzione di agrocombustibile, per progetti di industria estrattiva, per la produzione di energia idroelettrica e così discorrendo. Peccato però che il mais sia uno dei principali alimenti della dieta di queste popolazioni che non sempre possono permettersi di acquistarlo a prezzi elevati come quelli che un’importazione comporta.

E che dire del Brasile? Nelle piantagioni di caffè brasiliane i lavoratori non stringono con il produttore nessun tipo di contratto e neppure vengono tutelati: niente periodo di malattia, no a ferie retribuite, nessuna pensione né sussidio di disoccupazione. Tutto questo accade perché spesso i datori di lavoro che offrono un contratto concedono un salario minore e per chi ha debiti sulle spalle è davvero poco conveniente. Ma non finisce qui: i lavoratori, i cui turni spesso sfiorano le 14 ore al giorno, sono esposti senza troppe preoccupazioni a diserbanti tossici come il Terbufos. Gli effetti collaterali dell’utilizzo scorretto o dell’eccessivo contatto di queste sostanze possono persino portare alla morte.

found: pixabay.com

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<< Come le condizioni lavorative – scrive SlowFood – anche quelle abitative sono altrettanto precarie, tanto che i lavoratori, senza l’accesso ad acqua corrente, tra le altre difficoltà devono bere dalla stessa fonte delle mucche >> .

Situazione aggravata ulteriormente dalla recente crisi del mercato che vede i prezzi del caffè, merce più scambiata a livello globale subito dopo l’oro nero, alzarsi sempre più a scapito degli operai.

Sorso dopo sorso consumiamo lo sfruttamento e la fatica di chi è bloccato in una realtà difficile, una realtà lontana davanti alla quale spesso ci tappiamo occhi e orecchie.

Ecco cosa si cela dietro la nostra bevanda preferita, ecco cosa si nasconde dietro una tazzina di caffè.

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Fonti: Actionaid, Slowfood

Alessandri Giulia, Andreotti Samuela, Baiardi Alice, Lovecchio Marzia, Rovelli Lorenzo

Liceo Classico “G. Carducci” IV E, Milano

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