Sostenibilità a ritmo di musica: intervista ai Kachupa

I Kachupa sono un gruppo musicale italiano che con la musica punta a esplorare il mondo intero. Abbiamo preso contatto con loro durante le giornate di Expo, dove si sono esibiti nello spazio Emilia Romagna. Una delle loro canzoni “Siamo tutti africani” nel 2014 è stata scelta da Slow Food come inno di Terra Madre. La band è stata anche ambasciatrice del progetto “Diecimila orti in Africa”. I temi delle loro canzoni si avvicinano quindi molto a quelli dell’educazione alla cittadinanza mondiale e al consumo sostenibile, tanto che ci hanno confessato che alcuni professori hanno utilizzato e analizzato in classe i testi delle loro canzoni. Di alimentazione sostenibile, consumo consapevole e disparità delle risorse si può parlare anche a ritmo di musica, anzi può essere un modo originale e coinvolgente per introdurre questi temi a scuola.

Ecco come la band ha gentilmente risposto alle nostre domande.
 
 
 

Qual è il motivo che vi ha portati a Expo?

L’interesse per l’integrazione è sempre stato prioritario per noi. Poter suonare musiche così diverse tra loro nel simbolo dell’unione tra popoli è fondamentale. Non dimentichiamo anche che vogliamo dare un’idea di tradizione e semplicità, valori base dell’integrazione, in un posto che ha spesso fatto discutere per i motivi opposti.

 

Kachupa: ci sono molti richiami al cibo nelle vostre canzoni e ancora di più nel vostro nome, che cosa vuol dire Kachupa?

La “cachupa” è il piatto nazionale di Capo Verde, cucinato nelle feste, con ingredienti semplici e molto saporiti, molto diversi tra loro. Quando abbiamo iniziato 13 anni fa eravamo tutti diversi ma abbiamo trovato un’amalgama che ci ha reso subito riconoscibili. Il cibo non è solo metafora, ma anche fondamento della vita umana. È il modo più semplice per dialogare tra diverse culture.

 

Come mai avete scelto il nome di un piatto non appartenente alla tradizione italiana?

Perchè le suggestioni dei viaggi per noi sono sempre state importanti. Un po’ per curiosità, un pò per crescita personale, siamo sempre andati a pescare da tradizioni diversissime dalle nostre, fondendole tra loro. Canzoni piemontesi fuse con melodie irlandesi e ritmi sudamericani, la nostra cantante è bulgara, ma canta salentino e calabrese.

 

Nei progetti di CISV e ACRA si parla moltissimo di legami tra Nord e Sud del mondo, di locale e globale, in particolare il progetto su cui lavoriamo ora si chiama EAThink2015, che è l’unione di EAT e THINK cioè pensa a ciò che mangi e poniti delle domande sugli impatti dei tuoi stili di vita, di acquisto e di consumo sul resto del mondo. La vostra musica per sonorità e testi tende a rappresentare l’unione di globale e locale, siete d’accordo?

Siamo Italiani per caso in un mondo che cambia continuamente. Il nostro dovere è preservare le nostre tradizioni per conoscere chi siamo. Non c’è integrazione se si annullano le differenze, ogni confine può essere visto come sacro. Ma l’apertura è doverosa. Il locale deve essere studiato ed esportato. È possibile un mondo, anche dei consumi, in cui sia buono, giusto e divertente prendersi cura della propria e delle altrui culture.

 

Perché questo aspetto è così importante?

L’unica crescita possibile è il cambiamento. Ma un cambiamento senza solide radici è solo omologazione al più forte. Anche la cultura più piccola numericamente ha diritto e dovere di autopreservarsi, è fondamento della vita di ogni uomo. Solo le culture distruttive sono da isolare, da studiare e solo in un secondo momento da amalgamare nei loro aspetti più utili. Questo vale internazionalmente come nei rapporti tra persone.

 

Il brano “Finché ce n’é” ha un richiamo forte alla cattiva distribuzione delle risorse, contiene molti termini che richiamano il cibo e l’alimentazione “finché ce n’è si mangia” “lupo affamato di fame futura” “tutto s’inghiotte, s’inghiotte tutto”. Cosa vi ha portato a scrivere questa canzone?

Prendiamo spunto da tradizioni filosofiche come quelle iniziate da Kant e da Hobbes. Entrambi si chiedevano come mai nonostante tutta la ricerca dello spirito per rendere migliore l’essere umano, nulla o quasi sia cambiato, a livello profondo. Lo pensavano già secoli fa, e noi abbiamo usato queste loro metafore per parlare di discografia, di società, di economia. Sempre con le nostre influenze musicali a fare da supporto.

 

 

Quale ruolo pensate possa avere la musica nell’educare a temi quali la sostenibilità alimentare, la distribuzione equa delle risorse e non solo?

La musica è un modo universale per parlare ai cuori. Quando le persone imparano ad amare sonorità diverse hanno la mente già più aperta. Serve essere aperti al cambiamento ed allo stesso tempo orgogliosi difensori della propria diversità. La musica può parlare di ogni cosa, più gli argomenti sono elevate e meno pubblico si riesce a coinvolgere, ma noi ci teniamo a coinvolgere persone che possano cambiare il mondo intorno a loro. Chi cerca solo intrattenimento alla lunga si stanca di ogni cosa, divora tutto con la speranza di non pensare a nulla ancora per un giorno.

 

Nel brano “Siamo tutti africani” dite che “il futuro del mondo è il ritorno alla terra” e proprio questo brano è stato scelto come inno di Terra Madre 2014 e vi ha portati a diventare ambasciatori del progetto “Diecimila orti in Africa di Slow Food”, noi oggi in Cascina Triulza siamo impegnati in attività di “microjardin” con gli studenti delle scuole italiane.

Cosa vuol dire per voi ritorno alla terra?

Le nostre due esperienze sono davvero simili. Si tratta di coinvolgimento delle nuove generazioni, quelle ancora fertile perchè non alienate. Hanno ancora voglia di cambiare ogni giorno della loro vita. Non è detto che ritorno alla terra sia solo coltivare. Può anche voler dire comprare in modo consapevole, parlare di progetti legati all’ambiente con chi ci sta attorno. Può essere anche, per i più coraggiosi, scegliere di decrescere dal punto di vista del consumo, possedendo solo ciò che è sostenibile.

 

 

Quali saranno i vostri prossimi impegni con il progetto di Slow Food e in generale nella diffusione di temi sociali?

Semplicemente fare musica. Ma ci stiamo organizzando per collaborazioni con compagnie teatrali e artisti, fotografi, scrittori. Il futuro dell’arte è la condivisione e l’unione di intenti. In controcorrente rispetto al mondo musicale moderno, in cui si premia l’ostentazione di ignoranza, la competizione e la ricerca della gloria.

 

“Siamo tutti africani” è stato definito da Petrini come un “inno contro il razzismo”.A chi stavate pensando quando l’avete scritta? Nella vostra testa a chi l’avete dedicata?

Non pensavamo a nessun personaggio in particolare, ma solo alle tante persone che hanno dovuto abbandonare il proprio paese o che si sono trovate ai margini per la perdita di un lavoro. Non soltanto gli immigrati hanno problemi, ma loro sono il simbolo della precarietà. In questo senso siamo tutti Africani, siamo tutti a rischio di diventare ultimi. Per questo spingiamo gli ascoltatori a diventare più partecipi della loro terra, a sporcarsi di più le mani.

 

Chi è il vostro pubblico?

Il nostro pubblico è molto variegato. Piace la nostra musica durante le feste di piazza o nei locali, dicono sia molto trascinante. Suonando da tanto tempo insieme abbiamo costruito una bella amalgama, c’è un bell’interplay che piace a chi ama ascoltare. Molte persone amano le nostre tematiche e viaggiano con noi e i nostril testi. Costruiamo poco a tavolino, quindi tanta partecipazione ci rende felici.

 

Quale brano consigliereste di ascoltare ai ragazzi delle nostre scuole per cominciare a conoscervi?

Di sicuro “Siamo tutti Africani”, contiene tutte le sonorità della band, sembra un’antologia della nostra musica. Molti ragazzi hanno analizzato il testo e lo hanno commentato in classe coi professori. Quando l’abbiamo saputo eravamo increduli. Però è anche importante lasciarsi trasportare dalle note! Quindi farei ascoltare tutto il CD “Radici”, il nostro live, per avere la sensazione di essere a un nostro concerto.

 

C’è qualcosa che vorreste aggiungere?

Finché c’è gente che continua a farsi domande, chi evita di dare risposte avrà vita dura!

 
 

Intervista a cura di Viviana Brun, realizzata nell’ambito delle attività del Multi Media Center del progetto EAThink2015.
 
Photocredits: Kachupa Facebook Page